Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
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Quante volte, in varie parti del mondo, i cristiani di ieri e di oggi sono sbeffeggiati, derisi, perseguitati, oltraggiati, uccisi per difendere una causa, una persona, quella nella quale credono fermamente perché non è il loro idolo, ma il loro Salvatore, Gesù Cristo, l’Unto del Signore. Il cristianesimo, tra tutte le religioni della terra, è il più bersagliato, oggetto di accuse pesanti e infamanti. Dalla storia antica ricordiamo l’oltraggio subito dai cristiani da Nerone che li accusò della colpevolezza dell’incendio di Roma e dei tanti imperatori della Roma antica che si sono presi gioco dei cristiani, perché rei di non idolatrare e venerare come loro Dio l’imperatore, bensì il Creatore del mondo. Ed ecco che gli innocenti cristiani vengono dati in pasto alle belve, costretti a subire soprusi di ogni sorta ed umiliazioni davanti ad un pubblico che, nell’Anfiteatro Flavio assiste allegramente all’orrendo spettacolo dei cristiani che lottano contro i leoni e che vanno incontro alla morte sereni cantando lodi a Dio. Ma le persecuzioni dell’età antica non sono del tutto cessate, in quanto la storia ci insegna che nei secoli successivi il cristianesimo ha faticato abbastanza per affermarsi come religione del mondo contro le ideologie del fondamentalismo islamico, del sincretismo e, per giungere ai giorni nostri, del relativismo. A far riflettere su questi aspetti del cristianesimo di ieri e di oggi è un libro edito recentemente, scritto da un autorevole giornalista, Antonio Socci, che ha già affrontato tematiche legate alle vicende del cristianesimo “La guerra contro Gesù” (Milano, Rizzoli, 2011). “Si tratta di un libro – scrive l’autore nella Premessa – opera non di un esegeta, di un papirologo, di uno storico, ma di un’inchiesta giornalistica, un’apologia sul cristianesimo”. L’autore, infatti, nella stesura si è avvalso del supporto e del contributo di numerosi specialisti del settore che hanno espresso idee ed opinioni sulle origini e sulle cause delle guerre contro i cristiani. Ma c’è di più nella realizzazione di questo volume: una ragione più autentica, più vera, più umana. Il libro nasce dalla sofferenza, da un momento buio della vita personale di Socci: la malattia della figlia, Caterina, colpita da un arresto cardiaco e in coma per diverso tempo. Socci mette in parallelo la sofferenza della propria figlia, tra la vita e la morte, con i patimenti di Cristo sulla Croce e le ferite di Caterina sono le ferite di Gesù. Socci compie, dunque, una difesa appassionata del cristianesimo definendolo la religione dell’amore, del perdono, della grazia. In varie parti del mondo i cristiani continuano a subire genocidi di massa se pensiamo all’Iraq, al Pakistan, Sri Lanka oppure all’Africa, Ciad, Angola, Egitto, Siria, Libia, dove in tempi recenti si sono verificati attentati di matrice terroristica contro chiese cristiane. Per perseguitare i cristiani sono stati messi sotto accusa i messaggi contenuti nei testi evangelici, messaggi di pace, di amore, di perdono, di speranza. Socci, tuttavia, mette in risalto l’aspetto intrinseco della guerra contro Gesù e la sua religione, sostenendo che trattasi di una guerra interna alla Chiesa. I cristiani, in quanto tali, non vengono ben difesi e rispettati all’interno della Chiesa stessa, per cui le radici storiche vanno ricercate più dal di dentro che al di fuori. E poi incombe la minaccia dell’islamismo che dall’Oriente sta calpestando l’Occidente. Socci ricostruisce le tappe del cristianesimo alla luce dei documenti storici e delle fonti esegetiche e ne viene fuori un quadro fosco, oscuro, imbarazzante, aspetti che pongono in risalto le continue contrapposizioni storiche dalla storia antica a quella contemporanea che hanno fatto del cristianesimo la religione più perseguitata del mondo. Gesù scuote, imbarazza, stuzzica, tormenta, perché è visto come un Uomo poco credibile che parla alle folle dicendo e promettendo un Regno di Dio che è vicino, un Profeta poco attendibile. Dalla storia personale di quel Profeta che deve morire sulla Croce e dopo tre giorni deve risuscitare dalla morte, l’Umanità è stata redenta e salvata dal peccato. Un libro, questo di Antonio Socci, straordinario per il messaggio che vuole lanciare al lettore, ricco di notizie storiche e fonti attendibili, scritto con una rigorosità scientifica, un’opera destinata ai cristiani del tempo contemporaneo, atta ad attualizzare gli insegnamenti di Gesù, per combattere i mali del mondo del fondamentalismo, delle idolatrie e dei secolarismi sterili.                                 

 

Se non ci sono le “batterie” non può esserci la Festa del Soccorso; esse sono il condimento brillante del lato pagano della nostra Festa. Parenti delle mascletás valenciane (Spagna), le batterie, note anche col nome di fuochi, sono sequenze di esplosioni di diversa intensità (quelle notturne, coloratissime, sono dette - piuttosto impropriamente - alla bolognese): aprono lo spettacolo le rotelle, isolati giochi di luce e rumore; segue la batteria propriamente detta, una lunga miccia che, bruciando, fa esplodere botti in ritmica successione (a una serie di colpi ordinari corrisponde uno scoppio più forte, la risposta, e ogni tre risposte deflagra la quinta, un botto più violento, detto anche rispostone o calcasso), intervallata da bengala, mortaretti, fontane, strappi (colpi simultanei), accelerazioni delle risposte e squassanti frenate con cadenzate esplosioni di quinta, il tutto in crescendo verso l'ultima sezione del fuoco, il finale (o scappata), velocissimo e fortemente ritmato, che aumenta (anche coll'incendio sincrono di micce parallele) fino all'ultima grande detonazione. L'esorcizzante culto dello scoppio delle batterie, tuttora in uso in diversi comuni pugliesi (e non solo), caratterizza le feste sanseveresi almeno dall'età barocca. La prima testimonianza del fenomeno è un documento del 1707, in cui spicca l’invito rivolto dal clero parrocchiale di San Severino alla congregazione dei Morti al fine di «sollennizzare la festa di essa Santissima Pietà nell'ultima Domenica di Maggio […] co' ogni pompa possibile per maggior' aumento, e devotione di essa Santissima Vergine, con sparatorii». Il riferimento all’impiego di sparatorii in occasione della ricorrenza religiosa, raccomandato dallo stesso clero al fine di aumentare la pompa festiva e contemporaneamente sollecitare il sentimento devoto, non è enfatizzato o rimarcato da tratti di straordinarietà, e ciò non può che significare che l'incendio di rumorose batterie durante i festeggiamenti sacri è, nel 1707, una pratica usuale, tradizionale e radicata, indubbiamente in uso già nella seconda metà del Seicento. Un primo esplicito riferimento documentario all'incendio di batterie nel corso di una processione è del 1748; in quell'anno diversi sacerdoti ottengono, dopo una lunga causa, l'ammissione nei capitoli parrocchiali come partecipanti: la festosa processione d'insediamento nelle arcipreture, cui prendono parte anche il vescovo e il civico governo al completo, è seguita da «moltissimo Popolo, che andava sparando per li vichi molte botte, oltre le batterie di cinque mile e tre mile botte avante le rispettive Chiese». Anche in questo caso si scrive di queste esplosioni come di elemento nient'affatto eccezionale, del tutto consueto, e si deduce anche che il loro incendio durante i sacri cortei è cosa comune, in uso da lungo tempo; s'accenna inoltre alla distinzione (allora certamente abituale) tra batterie da cinquemila e batterie da tremila botti, di durata evidentemente diversa, e ciò significa che la produzione di questi artifici è già, a metà del Settecento, piuttosto elaborata, e non semplice e rudimentale. Col tempo le batterie sono diventate sempre più l'insostituibile colonna sonora delle feste sanseveresi (e, in particolare, della festa patronale), un galvanizzante concerto di fuoco che, dalla prima metà del Novecento, si è arricchito di un ulteriore e precipuo elemento spettacolare: è all'incirca un secolo, infatti, che durante l'incendio delle batterie un numero sempre maggiore di fujenti corrono appresso il fuoco. Sfidando le scintille e la carta infocata, inseguiti dalle deflagrazioni sempre più forti e veloci sino al finale, essi danno vita a una spettacolare e adrenalinica corsa collettiva, una dionisiaca fuga dalla morte e dal dolore che, nel rullo ancestrale degli scoppi e sotto lo sguardo dei santi patroni e protettori, è tutta un inno alla più autentica gioia di vivere. Nella seconda metà del Novecento, in più di un'occasione si è tentato - da parte sia dell'autorità civile sia di quella religiosa - di cancellare la tradizione della batterie o, quantomeno, di ridurne la potenza. Superate a furor di popolo le emergenze del 1968, del 1986, del 1989 e del 1990, nel 2002 il locale commissariato di Polizia intese applicare con estrema durezza una circolare ministeriale sulla sicurezza pubblicata il 22 gennaio 2001. La protesta non si fece attendere, e la domenica della festa patronale un gruppo di cittadini insorse bloccando la processione e costringendola a un indecoroso rientro anticipato. Un comitato si fece dunque carico di salvare la tradizione, ottenendo apposita delibera dalla Commissione consultiva centrale del Ministero dell'Interno (11/03E del 29 aprile 2003), che diede parere favorevole alla non classificazione delle batterie sanseveresi tra i manufatti esplodenti, definendole serie di colpetti a salve per impiego da strada tipica di San Severo (ovvero colpetti a salve alla sanseverese).

 

 

 

 

 

 

Sei anni e un mese dopo la morte Karol Wojtyla- Giovanni Paolo II è stato proclamato beato dal suo successore Benedetto XVI. "Beatissimo Padre, il Vicario generale di Vostra Santità per la Diocesi di Roma domanda umilmente alla Santità Vostra di voler iscrivere nel numero dei beati il venerabile servo di Dio Giovanni Paolo II, papa". E' la formula con cui il cardinale vicario, Agostino Vallini, ha chiesto la beatificazione di Karol Wojtyla durante la cerimonia in Piazza San Pietro. Subito dopo, lo stesso porporato ha letto i cenni biografici del Papa polacco. Accolta la richiesta del vicario di Roma, Benedetto XVI ha letto la formula latina che annovera il papa polacco tra i beati. «Noi, accogliendo il desiderio del Nostro Fratello Agostino Cardinale Vallini, Nostro Vicario Generale per la Diocesi di Roma, di molti altri Fratelli nell'Episcopato e di molti fedeli, dopo aver avuto il parere della Congregazione delle Cause dei Santi, con la Nostra Autorità Apostolica concediamo che il Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II, papa, d'ora in poi sia chiamato Beato e che si possa celebrare la sua festa nei luoghi e secondo le regole stabilite dal diritto, ogni anno il 22 ottobre. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». È la causa di beatificazione più veloce della storia della Chiesa. Festa del nuovo beato, ha confermato il Papa, sarà il 22 ottobre, anniversario elezione al pontificato. Un lungo applauso e ancora l'urlo "Santo subito". Così la folla in piazza San Pietro ha salutato la formula di beatificazione di Giovanni Paolo II. In piazza San Pietro sventolano le bandiere di tutte le nazioni. Un velo di commozione ha percorso il volto di mons. Stanislao Dziwisz, segretario di Giovanni Paolo II per tanti anni, quando Benedetto XVI ha proclamato beato Karol Wojtyla. Il cardinale di Cracovia sta concelebrando il rito sul sagrato di San Pietro. Appena il Papa ha proclamato beato Giovanni Paolo II, è stato scoperto l'arazzo con l'effige del nuovo beato, che campeggia sulla loggia delle Benedizioni della basilica di San Pietro, ricavato da una immagine fotografica del papa polacco. Ha ascoltato in preghiera la formula pronunciata da Benedetto XVI e quando il Papa ha proclamato beato Karol Wojtyla suor Marie Simon-Pierre, miracolata da Giovanni Paolo II, ha sciolto la tensione con un sorriso e ha applaudito insieme alla folla. Non soltanto in San Pietro ma in tutte le piazze e strade di Roma affollate dai pellegrini il momento della beatificazione di Giovanni Paolo II è stato salutato da un caloroso applauso. Commozione e gioia tra la gente. Le reliquie di papa Wojtyla appena proclamato beato sono state portate al Papa da suor Tobiana, per circa 27 anni al fianco del papa polacco, e da suor Marie Simon Pierre, guarita dal Parkinson in modo inspiegabile per la scienza, il miracolo riconosciuto dalla Chiesa per la beatificazione di Karol Wojtyla-Giovanni Paolo II. Le reliquie, una ampolla del sangue di papa Wojtyla prelevato nei giorni precedenti alla morte, sono contenute in un reliquiario a forma di rami d'ulivo opera di un artigiano romano. Dopo la cerimonia verranno custodite nel Sacrario del Vaticano. Un boato di applausi si è levato dall'immensa folla radunata al Santuario della Divina Misericordia a Cracovia, quando Benedetto XVI ha pronunciato la formula di beatificazione di papa Wojtyla. É stato un tripudio di bandiere del Vaticano e bianco rosse polacche. Sono moltissimi i fedeli che in piazza San Pietro stanno seguendo al cerimonia di beatificazione di Giovanni Paolo II inginocchiati sui sampietrini. Qualcuno ha posto sotto le ginocchia la giacca o indumenti a mò di cuscino mentre altri sono genuflessi direttamente sul duro selciato. L'Inno del Beato Giovanni Paolo II, con un testo che riporta le parole-simbolo del Pontificato di Wojtyla ("Non abbiate paura! Spalancate le porte a Cristo"), ha sottolineato il festoso momento della proclamazione dell'avvenuta beatificazione, l'inno su musica di mons. Marco Frisina ha risuonato in Piazza San Pietro tra lo sventolio delle bandiere e la commozione di molti fedeli. L'Inno è stato eseguito per intero anche al termine della celebrazione. “Papa Wojtyla 'ha aperto a Cristo la societa', la cultura, i sistemi politici ed economici, invertendo con la forza di un gigante, forza che gli veniva da Dio, una tendenza che poteva sembrare irreversibile". Lo ha detto il Papa nell'omelia per la beatificazione del predecessore. In polacco ha aggiunto che egli "ha aiutato i cristiani di tutto il mondo a non avere paura di dirsi cristiani, di appartenere alla Chiesa, di parlare del Vangelo". "Karol Wojty│a - ha aggiunto Benedetto XVI - salì al soglio di Pietro portando con sé la sua profonda riflessione sul confronto tra il marxismo e il cristianesimo, incentrato sull'uomo. Il suo messaggio è stato questo: l'uomo è la via della Chiesa, e Cristo è la via dell'uomo. Con questo messaggio, che è la grande eredità del Concilio Vaticano II e del suo 'timoniere' il Servo di Dio Papa Paolo VI, Giovanni Paolo II ha guidato il Popolo di Dio a varcare la soglia del Terzo Millennio, che proprio grazie a Cristo egli ha potuto chiamare 'soglia della speranza". Papa Wojtyla ha restituito al cristianesimo quella speranza che era stata ceduta al marxismo e alla ideologia del progresso. Lo ha detto il Papa nell'omelia per la beatificazione: "quella carica di speranza che era stata ceduta in qualche modo al marxismo e all'ideologia del progresso, egli l'ha legittimamente rivendicata al Cristianesimo, restituendole la fisionomia autentica della speranza...". ''Si', attraverso il lungo cammino di preparazione al Grande Giubileo, - ha commentato Benedetto XVI a proposito del predecessore - egli ha dato al Cristianesimo un rinnovato orientamento al futuro, il futuro di Dio, trascendente rispetto alla storia, ma che pure incide sulla storia. Quella carica di speranza che era stata ceduta in qualche modo al marxismo e all'ideologia del progresso, - ha aggiunto - egli l'ha legittimamente rivendicata al Cristianesimo, restituendole la fisionomia autentica della speranza, da vivere nella storia con uno spirito di 'avvento', in un'esistenza personale e comunitaria orientata a Cristo, pienezza dell'uomo e compimento delle sue attese di giustizia e di pace''. La teca contenente le spoglie mortali di Giovanni Paolo II è stata traslata dalle Grotte Vaticane all'interno della Basilica, e posta davanti all'Altare centrale, detto "della Confessione". Dopo la cerimonia, prima il Papa e i cardinali, poi le delegazioni ufficiali, e infine il "serpentone" dei fedeli sfileranno dinanzi al feretro per la venerazione. Quando il flusso sarà terminato la teca sarà collocata nella cappella di San Sebastiano, vicino alla Pietà di Michelangelo. Alla cerimonia di Beatificazione erano presenti oltre un milione di persone.

 

Domenica 1 maggio il Servo di Dio, Giovanni Paolo II, è stato elevato agli onori degli altari con il titolo di Beato dal suo successore Benedetto XVI. Un record, dopo quello di Madre Teresa di Calcutta, per aver ottenuto la dispensa canonica dei tradizionali cinque anni dalla data della morte per poter avviare la fase informativa diocesana. Per Giovanni Paolo II, in considerazione dell’incessante invito da parte dei fedeli di tutto il mondo che in Piazza San Pietro il giorno dei funerali campeggiava maestosa una scritta “SANTO SUBITO”. E i tempi sono stati veramente brevi: 6 anni, 29 mesi e 5 giorni dal 2 aprile 2005, giorno della sua nascita al Cielo. San Severo ha un rapporto privilegiato con la figura di Giovanni Paolo II, perché nel lontano 25 maggio 1987, in occasione del 50° anniversario Incoronazione della Madonna del Soccorso, avvenuta in Piazza Luigi Zuppetta (ora piazza Incoronazione)l’ 8 maggio 1987, Papa Wojtyla per la prima volta nella storia sanseverese ha reso omaggio alla nostra città. Il Papa atterrò con l’elicottero nel piazzale retrostante la Chiesa “Madonna della Divina Provvidenza” e, dopo aver vestito i paramenti sacri ha concelebrato la Messa sul palco appositamente preparato assieme all’allora Vescovo di San Severo, Mons. Carmelo Cassati davanti a circa sessantamila fedeli. E’ stata, quella, una giornata veramente memorabile, un sogno realizzabile. All’interno del venerato santuario di Maria SS. del Soccorso è esposta una lapide commemorativa e le foto che testimoniano tale evento. E’ questa la ragione per la quale anche la città di San Severo, con il mondo intero, ha tripudiato di gioia nel momento in cui S.S. Benedetto XVI, ha letto, alla presenza di un milione di fedeli provenienti da ogni angolo della terra, la formula latina di elevazione a Beato del Papa Giovanni Paolo II.

 

 
L'ULTIMO LIBRO SULLA MADONNA DEL SOCCORSO
 

È stato recentemente pubblicato un nuovo libro sulla storia della Madonna del Soccorso di Antonio Masselli. Si tratta dei “Cenni storici sulla devozione per la Vergine del Soccorso” (San Severo, Esseditrice, 2011, pp.200) che ora esce in seconda edizione completamente aggiornata e rinnovata. Quest’opera di Masselli, profondo studioso della storia e delle tradizioni locali, innamorato della cultura sanseverese, vide la luce, per la prima volta, nel 1987, in occasione del 50° anniversario dell’Incoronazione della Madonna del Soccorso, anno quello – come sottolinea l’autore nella prefazione – che “resterà vivo nella memoria dei sanseveresi perché si registrò un avvenimento storico e religioso di importanza eccezionale per la nostra città: la visita del Santo Padre Giovanni Paolo II”, futuro Beato. La prima edizione del volume andò letteralmente a ruba, tanto che in poco tempo, si esaurirono tutte le copie. Negli anni futuri molti cittadini richiesero il volume, ma invano, per cui l’autore ha pensato di dare alle stampe una seconda edizione del “fortunato” libro arricchendolo di nuovi dati storici e di una documentazione fotografica inedita e probante. La storia della devozione per la Vergine del Soccorso è molto sentita dalla popolazione sanseverese, però alcune notizie storiche sul culto e sulla sua diffusione sono, ai più, poco note. Il pregio dell’opera di Masselli è proprio quello di andare, per dirla con Francesco Guicciardini, alla ricerca del “particulare”, del fatto storico, circostanziato, meritevole di essere ricordato, sempre nel rispetto della verità supportata dalle fonti documentarie. Infatti, sono i documenti che fanno la storia di un popolo, di una città, di una nazione. Sono, tuttavia, due i momenti cruciali della storia della devozione per la Madonna del Soccorso che ne hanno determinato la diffusione del culto e l’amore di tutti i sanseveresi: la data della proclamazione a Patrona, nel 1857, che si concretizzò dopo la pandemia colerica del 1854, meno virulenta, in quanto mieté meno vittime rispetto a quella del 1837 e l’Incoronazione avvenuta l’8 maggio 1937. A p. 26 del volume, a proposito della proclamazione a Patrona, citiamo testualmente: “Mentre il male infieriva il vescovo di San Severo, Mons. Rocco de Gregorio, indisse una processione di penitenza con la statua della SS. Vergine del Soccorso e quella di san Rocco di Croce Santa. Questa volta il male non fece tanta strage di vite umane come nel 1837. Anche questa circostanza, fu interpretata dalla popolazione sanseverese come un ulteriore segno della protezione della sua Celeste Patrona, per cui nel 1856, estinto il morbo colerico, e memori dei benefici ricevuti dalla SS. Vergine per la liberazione da essa letale epidemia, il Priore D. Matteo Mascia, il Vescovo di San Severo, con il Clero Secolare e Regolare e il Municipio di San Severo, vollero inoltrare suppliche alla Santa Sede, affinchè la Beata Vergine del Soccorso, fosse dichiarata Patrona Principale della Città di San Severo”. Altro momento importante per il culto della Madonna del Soccorso fu, come ricordato, la cerimonia dell’Incoronazione, avvenimento straordinario ampiamente documentato da nitide e emozionanti fotografie storiche. L’autore, per far rivivere nella memoria collettiva l’emozione provata dalla popolazione sanseverese che ha assistito alla cerimonia dell’8 maggio 1937, a pag. 77 del volume, riporta testualmente dai diari di Filomena Mascia,l’impressione avuta, allora bambina dodicenne, che è stata testimone oculare di tale fausto avvenimento e che, nei suoi diari, descrive particolareggiatamente il momento della deposizione della corona aurea sul capo della Vergine e del Bambino da parte del Vescovo, Mons. Oronzo Durante. Cito: “Prima di posare sul capo del Bambino e della Vergine le auree corone levò gli occhi al cielo”. Questo moto degli occhi del Vescovo sta ad indicare la solennità di quanto stava accadendo e del gesto che si stava compiendo il quale richiedeva una speciale protezione divina. Tra la copiosa documentazione storica e fotografica presente nel volume, meritevole di essere menzionata, è anche la fase di progettazione del Monumento alla Vergine del Soccorso sito in Piazza Incoronazione, monumento fatto confezionare dalla sig.na Teresa Masselli e inaugurato nel 1957, in occasione del centenario della Proclamazione a Patrona della Madonna del Soccorso. Masselli, nel libro, riporta alle pp.124-125, gli schizzi progettistici sia dell’Arch. concittadino Elio Pelilli, sia quello approvato dalla Soprintendenza ai monumenti e alle gallerie della Puglia. Un lavoro, dunque, quello di Masselli, encomiabile, capace con le notizie testé riportate di entusiasmare sia il lettore che lo storico. Un’opera che nelle case dei sanseveresi non può mancare, soprattutto quando l’amore per la nostra Mamma Nera è forte e radicato.           

 

Ogni uomo, nel corso della sua vita terrena, anche se non credente, custodisce nel suo cuore un pezzo di Dio nascosto che lui sa di avere, ma non può sentirlo vicino perché Dio è lontano da lui, lontano dal suo cuore e dalla sua mente. Può accadere, però, che la vita di un uomo non credente può improvvisamente subire una metamorfosi, cambiare completamente atteggiamento e visione nei riguardi del suo Creatore e quindi ritrovare la fede. Avere fede vuol dire avere fiducia, ritrovare se stessi e vivere una dimensione piena. A parlare di vite che hanno subito una radicale metamorfosi, è un libro edito recentemente scritto da Mauro Aimassi, Vite trasformate, Milano, San Paolo, 2011, pp. 147. Un libro che racconta cinque personaggi contemporanei di successo, cinque persone che, dopo aver trascorso parte della vita lontani dalla fede, si sono convertiti al cristianesimo: la nobildonna e scrittrice Alessandra Borghese, l'editore Leonardo Mondadori, il calciatore Nicola Legrottaglie, il giornalista Paolo Brosio e l'attrice Claudia Koll. Filo conduttore del volume, la convinzione che la felicità dell'uomo e la sua realizzazione consistano nel fare la volontà di Dio, che non è un'imposizione, ma un vero e proprio "manuale d'istruzioni" per la nostra vita. Di ciascun personaggio viene narrata sinteticamente la vicenda di conversione, citandone il racconto fatto da loro stessi in libri autobiografici o interviste. Il racconto di queste conversioni diventa occasione per parlare degli aspetti fondamentali di una vita vissuta cristianamente, disegnando così una sorta di "catechismo essenziale", "narrato" tramite la testimonianza di questi personaggi. Chi da non credente si converte consegna al credente una testimonianza di fede più autentica, più vera, più genuina, perché insegnano ai cattolici abitudinari a riscoprire la bellezza del cristianesimo, la gioia che deriva dall’incontro con Gesù, VIA, VERITÀ e VITA. I personaggi che l’autore racconta in questo volume sono vip, uomini e donne che dalla vita hanno avuto tutto: agiatezza, ricchezza, lusso, notorietà, soldi; ma non la vera ricchezza interiore, quella che fortifica e rende nobile il nostro essere: l’incontro con Dio e la fede cristiana. Una fase della loro vita è stata sconvolta, scossa, oserei dire terremotata dalla presenza di Dio, che da solo ha parlato al cuore di questi personaggi noti gettandovi dentro il seme della carità, della speranza, della condivisione, dell’amore verso i fratelli più poveri e degli emarginati dalla società. L’avvicinamento a Dio è comunemente legato a un momento particolare di sofferenza che ciascun essere umano attraversa, perché la sofferenza avvicina l’uomo alla fede, rendendolo bisognoso di un affetto più grande. Ad esempio Alessandra Borghese, appartenente a una nobile e ricca famiglia romana, fin dalla sua infanzia non ha mai avvertito un contatto diretto con Dio, in quanto non gli interessava e lo sentiva molto lontano. L’esperienza dolorosa del fratello, colpito dalla nascita da una devastante emorragia cerebrale, che lo costrinse ad una vita vegetativa, ha suscitato un grande movimento interiore in Alessandra che, maturata dalla sofferenza di una persona cara ha scoperto la straordinaria bellezza della fede, iniziando un cammino di conversione interiore che l’ha trasformata. Altrettanto bello ed edificante è nel libro il racconto sulla riscoperta della fede di Nicola Legrottaglie, difensore della Juventus, anche lui lontano d Dio e che si riavvicina alla fede sempre in un momento di sofferenza, cioè l’esperienza negativa della depressione. Un altro personaggio popolare che ha raggiunto la notorietà grazie alle trasmissioni “Domenica In”, “La domenica sportiva”, e che è stato tormentato dai dubbi della credenza in un Qualcosa di grande, è Paolo Brosio, vittima anche lui del male oscuro, che dopo il viaggio compiuto nel Santuario di Mediugorje ha ritrovato la bellezza della fede e da non credente è diventato credente. Così come pure la vita di un’attrice di successo, Claudia Koll, è stata trasformata dall’Autore della Vita, dalla lettura di opere edificanti di santa Teresa di Lisieux e di Madre Teresa di Calcutta e che, dopo la conversione si dedica all’assistenza dei bambini sfortunati e delle persone bisognose. Ogni personaggio raccontato in questo libro ha vissuto una personalissima esperienza di ritrovamento della fede e questo deve servire da testimonianza per coloro che non hanno fede o l’hanno persa. Dio c’è sempre e non abbandona mai l’uomo.

 

Martedi, 19 aprile, presso il “Caffè tra le righe – spazio off” di via G. de Cesare, 13 a San Severo è stato presentato il romanzo “Via Pietro Micca” di Aida dell’Oglio, edito da Albatros, romanzo che ripercorre uno spaccato storico di San Severo a cavallo tra gli anni 50 e 60, attraverso i ricordi dell’autrice, originaria della nostra città, ma da tempo residente a Torino. La serata è stata caratterizzata da momenti di lettura e momenti di musica. In apertura il violinista Matteo Notarangelo ha eseguito un pezzo musicale “Suite di Bach”; è seguita la relazione sul romanzo tenuta dal prof. Mario Bocola, giornalista e scrittore che ha sottolineato le peculiarità del romanzo della dell’Oglio, opera che si colloca a metà strada tra la maniera manzoniana per la descrizione dei luoghi e degli ambienti e la maniera verghiana per la caratterizzazione dei personaggi, tanto che si può affermare che Via Pietro Micca è il romanzo del verismo sanseverese. Successivamente il giovane violinista Giuseppe Nigra ha eseguito un pezzo musicale del “1° tempo Concerto in A Minore di Vivaldi”. Arianna dell’Oglio ha, quindi, letto alcuni passi più significativi del romanzo tra i quali: “Assuntina”, “L’Asino di zio Giovanni”, “Mazz e Llicch”; “Lo Sciopero”; “La festa”, mentre la lettura dell’”Età dell’innocenza” è stata affidata al figlio dell’autrice, Giuseppe Nigra. Tra gli altri momenti musicali eseguitivi è “Quistu vine”, composta da Davide dell’Oglio su testo del noto poeta sammarchese Joseph Tusiani. I testi dialettali cantati sono stati eseguiti da alcuni componenti del gruppo folkoristico “I Terrazzani” con Davide dell’Oglio accompagnato da Arianna alla tamurria, Maria Carafa alla fisarmonica con la calda voce di Bruno Contessa. Si tratta di brani della tradizione popolare dauna, frutto di una ricerca filologica condotta sulle nostre antiche tradizioni musicali. Dal ricco repertorio sono stati eseguiti: “Tringò”; “Torre de junge”; “Madonna faccia nera”. Il violinista Matteo Notarangelo ha eseguito a violino pezzi tratti dalla “IX Fantasia per violino solo vivace” di TElerman e “L’inverno” di Vivaldi..E’ seguito il dibattito con interessanti domande da parte del qualificato pubblico all’autrice del romanzo. Ha presentato la serata culturale il prof. Mario Bocola.

 

 

Torna nuovamente in libreria, Luciano Niro. Dopo la raccolta di liriche “Geli di tenebra”, Niro focalizza ora la sua attenzione sulla prosa, con una raccolta di schede critico-biografiche sui narratori, poeti e filosofi novecenteschi che hanno caratterizzato la nostra letteratura e il pensiero filosofico del mondo contemporaneo. “Letteratura e filosofia nell’Italia contemporanea”, questo il titolo del volumetto, edito recentemente (San Severo, Arte Grafica e Contabilità, 2011 pp.81) con una copertina dedicata ad Alberto Moravia. Nella prima parte del libro, Niro, propone al lettore profili biografici e critici dei maggiori narratori della letteratura italiana novecentesca (Bassani, Bilenchi, Bontempelli, Buzzati, Calvino, Gadda, Carlo Levi e Primo Levi, Morante, Moravia, Soldati e Vittorini). Nella seconda parte del volume, Niro, invece, propone profili critico-biografici dei maggiori poeti novecenteschi (Bellezza, Caproni, Gatto, Luzi, Merini, Montale, Pagliarani, Pasolini, Penna, Quasimodo, Sanguineti, Ungaretti. Nella terza parte del libro, il Nostro punta l’osservatorio sulla filosofia contemporanea, selezionando i pensatori del nostro tempo sulla base delle correnti filosofiche e di pensiero (Idealisti e post-idealisti, Spiritualisti, Esistenzialisti, Neoilluministi, Marxisti e Ultimi filosofi).  “Il libro – afferma l’autore nella Nota Introduttiva - non ha alcun carattere di completezza, né poteva averlo. Esso, invece ha la caratteristica di essenzialissimo avvio alla conoscenza della letteratura e della filosofia del secondo novecento”. Si sa, infatti, che il secolo scorso è stato una miniera inesauribile di opere e testi editi dai narratori, poeti e filosofi italiani e non che, se da un lato hanno arricchito la nostra tradizione letteraria italiana attingendo alla lezione dei “Grandi” della letteratura italiana, dall’altro hanno elaborato nuove teorie e modi di narrare e poetare creando nuove scuole di cultura e di pensiero. L’opera di Niro vuole essere un ulteriore contributo alla conoscenza degli autori del secondo novecento italiano, autori che nelle scuole non sono affatto studiati ed analizzati. Niro, partendo dalla biografia di ogni singolo autore, ne traccia il percorso esistenziale e creativo alla luce delle opere edite ed inedite di ciascuno, focalizzando il concetto critico che ogni narratore caratterizza con la sua opera. Allo stesso modo, si compie un percorso biografico e critico per la filosofia contemporanea, dove vengono proposte al lettore, in maniera semplice e chiara, le correnti di pensiero e i canoni interpretativi di ciascun filosofo. Ne viene fuori un quadro filosofico-letterario nitido, organico ed essenziale, utile per lo studioso, per l’intellettuale, per l’insegnante e per lo studente che vuole saggiare la letteratura e la filosofia del nostro tempo.                                                         

 

La Pasqua cristiana glorifica il sacrificio del figlio di Dio, Gesù di Nazareth che, dopo essere stato crocifisso, risorge per liberare gli uomini dal peccato originale. La Pasqua ebraica festeggia la liberazione del popolo giudeo dalla schiavitù dell’Egitto. L’origine della Pasqua, secondo il Nuovo Testamento, risale alla crocifissione di Gesù, episodio che coincide con la vigilia della celebrazione di quella ebraica. I cristiani di origine ebraica onoravano la Resurrezione dopo la celebrazione della Pasqua semitica, mentre i cristiani di origine pagana la ossequiavano tutte le domeniche dell’anno. Da questa ambivalenza e confusione di festeggiamenti nacquero numerosi controversie che terminarono nel 325 d.C. grazie al Concilio di Nicea, che stabilì che la Pasqua doveva essere celebrata la prima domenica dopo la luna piena che seguiva l‘equinozio di primavera. Nel 525 d.C. si stabilì che questa data doveva cadere tra il 22 marzo e il 25 aprile. La Pasqua cristiana è preceduta dalla Quaresima, un periodo di penitenza di quaranta giorni che va dal mercoledì delle Ceneri al Sabato Santo. La Domenica seguente - la Domenica delle Palme, il cui simbolo è il ramo d’ulivo – viene ricordato l’arrivo del Messia in Gerusalemme e la sua passione. Da qui inizia la Settimana Santa, durante la quale hanno luogo momenti liturgici ben precisi. Dal lunedì al mercoledì è il tempo della Riconciliazione, il giovedì mattina si apre con la Messa del Crisma, in cui vengono benedetti l’olio profumato – quello utilizzato nei sacramenti del Battesimo, della Cresima e dell’Ordine – l’Olio dei catecumeni e l’Olio degli infermi. La sera del giovedì Santo si svolge la Messa in Cena Domini in ricordo dell’ultima cena di Gesù, alla quale segue la processione al "sepolcro". Le ostie, che saranno utilizzate nella celebrazione del venerdì santo, vengono portate in un tabernacolo, il sepolcro, per essere adorate dai fedeli.I cristiani considerano il venerdì Santo un giorno di contemplazione della passione di Gesù: è infatti in questo giorno che si svolge il rito della Via Crucis, che in maniera figurativa ripercorre l’ultimo giorno di vita del Figlio di Dio. Questa giornata è, per tutti i fedeli, dedicata al digiuno, testimonianza del bisogno di partecipazione alla Passione e alla Morte di Cristo. Il sabato Santo è un giorno di riflessione e preghiera silenziosa. La notte tra sabato e domenica si svolge la Veglia Pasquale, durante la quale si leggono le promesse di Dio al suo popolo. Questa notte è scandita da quattro momenti: la Liturgia della luce (benedizione del fuoco, preparazione del cero, processione, annunzio pasquale); Liturgia della Parola (nove letture); Liturgia Battesimale (canto delle Litanie dei Santi, Preghiera di benedizione dell'acqua battesimale, celebrazione di eventuali Battesimi); Liturgia Eucaristica. Il giorno di Pasqua si festeggia la resurrezione del Redentore. Le origini della Pesah, Pasqua ebraica, risalgono, probabilmente, alla festa pastorale che veniva praticata nel Vicino Oriente dai popoli nomadi per ringraziare Dio. I festeggiamenti pastorizi erano legati anche alla "festa del pane non lievitato" – mazzot. Dopo la liberazione del popolo ebraico, fuggito dall’Egitto guidato da Mosè, la Pasqua ebraica assunse un diverso significo. Mosè, come è scritto nel dodicesimo capitolo dell’Esodo, programmò la fuga del suo popolo. Tutti gli ebrei uccisero un agnello di un anno, consumarono il pasto in piedi con il bastone, pronti per la partenza, e segnarono con il sangue dell’animale le porte delle abitazioni. Così facendo tutti i primogeniti ebrei si sarebbero salvati dall’angelo inviato da Dio. Ancora oggi la Pasqua ebraica, che inizia con il plenilunio di marzo e dura per otto giorni, è celebrata seguendo antichi riti. Durante questi otto giorni tutto gli ebrei ricordano la liberazione dalla schiavitù del proprio popolo dalle vessazioni egiziane e l’inizio di un viaggio lungo 40 anni alla volta della terra promessa. La celebrazione della Pasqua coinvolge tutti i familiari con la lettura dell’Haggadà – libro della leggenda. In questo periodo, inoltre, sono banditi i cibi lievitati e per questo si mangia esclusivamente il pane azzimo. La tavola, durante la festa, è ricca di cibi simbolici: le erbe amare che ricordano la sofferenza del popolo ebraico, il pane azzimo, l’agnello arrostito intero, le erbe rosse, un uovo che simboleggia il lutto e la salsa charoseth, usata dagli schiavi ebrei in Egitto.

 

 

É un libro che rende orgogliosi i meridionali, soprattutto perché è scritto da un meridionalista convinto, che ama il meridione e che ha le idee chiare su come onorare al meglio questi 150 anni dell’Unità d’Italia. Sto parlando del volume, di Federico Pirro, giornalista che a lungo ha lavorato presso la sede RAI di Bari. “Uniti per forza” (Progredit, Modugno, 2010, p.180) è un saggio antologico, ampiamente commentato, di brani di scrittori importanti che hanno parlato dei fatti che portarono alla cosiddetta unità d'Italia. L’opera si avvale della prefazione dell’On. Antonio di Pietro, il quale tra l’altro afferma che Pirro “nella meticolosa e puntuale ricostruzione dei fatti storici, cerca di allontanare ombre e luoghi comuni della subalternità del Nord al Sud, ancora oggi tanto sciorinata e tristemente sostenuta dagli esponenti della Lega”. “Il lavoro di ricerca – svolto da Federico Pirro - aggiunge Di Pietro – consente di cogliere gli aspetti più profondi della storia del nostro Paese”. Nel libro sono presenti oltre ad autori contemporanei, che hanno espresso giudizi sulla condizione dell’Italia, anche figure di meridionalisti convinti dello spessore di Pietro Calamandrei, Giustino Fortunato, Gaetano Salvemini che sono considerati i Padri del pensiero meridionale. Pirro parte proprio da loro, da questi grandi meridionalisti per cogliere gli aspetti più veri, più genuini e più profondi che hanno portato all’Unità d’Italia. Di libri sulla storia dell’Unità d’Italia, in questo periodo, ne sono stati scritti abbastanza, ma il volume di Pirro, affronta più a cuore gli elementi intrinseci ed estrinseci che hanno caratterizzato la nostra storia risorgimentale, facendo parlare i documenti, o meglio le testimonianze autentiche di coloro che lo hanno vissuto in prima persona attraverso i documenti perché sono questi i veri protagonisti che fanno la storia di un popolo, di una nazione, di una comunità. Federico Pirro ritiene che l’unità d’Italia era ineluttabile. “Infatti, – scrive – se, nonostante gli errori, l’elitarietà dei sostenitori, le brutalità, se, nonostante tutto questo, la penisola è diventata una, abbiamo la riprova evidente del fatto che, prima o poi, si sarebbe giunti a questo risultato”. Secondo l’autore la causa dei mali fu l’annessione al Piemonte. Cavour, infatti, non pensò affatto al meridione che viveva nella miseria e nella povertà, ma pensò solo al suo “Piemonte” ricco e industrializzato. Quindi essere annessi al Piemonte ha rappresentato la morte del meridione. L'annessione piemontese, scrive Pirro, ha avuto caratteri che non divergono molto dai genocidi seguiti, nei millenni, a ogni conquista. Il Sud lo si può ben raffigurare come una sorta di riserva indiana, simile a quei campi di concentramento che videro la graduale eliminazione fisica dei Pellerossa. Al minimo tentativo di ribellione, si organizzavano deportazioni verso le fortezze del Nord (i lager dei Savoia a Fenestrelle, dove furono fatti morire migliaia di prigionieri della guerra del Sud e disertori napoletani che non vollero passare nelle file dell'esercito nemico); chi non si fidava del “nuovo”, diveniva un brigante da giustiziare senza processo. Era prevista la fucilazione immediata se un contadino veniva sorpreso con una porzione di pane superiore a quella che, a parere dei boia piemontesi, doveva essere sufficiente per un giorno, perché quel di più nella bisaccia era la prova che si foraggiavano i soldati borbonici datisi alla macchia. Più si leggono i dati relativi alla nascita dello Stato italiano – scrive ancora Pirro – e più ci si convince che la “questione meridionale” è nata appunto con le ruberie dei piemontesi a danno delle genti meridionali.E i meridionali per fuggire dalla miseria e dalle condizioni da rapina imposte dal nuovo Stato furono costretti ad emigrare. Solamente nel decennio dal 1806 al 1915 lasciarono l'Italia sei milioni di poveri meridionali. Era questo il risultato di decenni di abbandono e sfruttamento delle aree politicamente più deboli. Ridotte allo stremo dalla rapacità piemontese, che s'impossessò finanche dei binari per trasferirli al Nord. E l'esodo biblico dei meridionali è continuato anche negli anni successivi. E, per certi versi, dura ancora oggi, come una maledizione, per mancanza di lavoro.                                               

 
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